Calabrese, di Catanzaro, ma pisano d’adozione, Carmelo Lo Guzzo, classe ’71, nei giorni scorsi ha raggiunto un traguardo non indifferente, quello delle 700 direzioni di gara. Tra queste spiccano le 7 finali scudetto e le 14 semifinali, curriculum che lo rendono uno dei migliori fischietti del nostro movimento. In questa lunga intervista ci racconta com’è nata questa grande passione, quanta dedizione serve ma anche le soddisfazioni che l’arbitraggio regala. Senza tralasciare un passaggio per la sua squadra del cuore, il Catanzaro calcio, fresco di promozione in Serie B, al termine di una favolosa cavalcata.

Le 700 direzioni di gara sono un grande traguardo, ci racconta com’è nata questa passione?
Si tratta sicuramente di un traguardo importante, che mi riempie di gioia e di orgoglio. A maggior ragione pensando che pochi altri, spesso con pedigree superiore al mio, lo hanno raggiunto sinora. Quella dell’arbitraggio è una passione nata quasi per caso; a 16 anni sono stato spinto dal mio allenatore a iscrivermi al corso per “Tecnico Regionale”, una tappa obbligatoria, sia per gli aspiranti arbitri che per gli aspiranti allenatori. Una volta superato il corso, c’era l’obbligo di arbitrare almeno 40 partite nei due anni successivi, lì ho capito quasi subito che arbitrare mi stimolava più che giocare o allenare. E così, seguendo i consigli degli arbitri più esperti e già impegnati nelle categorie nazionali, nonostante i discreti risultati nelle categorie giovanili in cui militavo come giocatore, e pur avendo avuto soddisfazioni nell’allenare i ragazzi più giovani della mia società, ho deciso di arbitrare. Lo sentivo più congeniale e sapevo che avrebbe potuto portarmi a quelle categorie dove, nelle vesti di giocatore o allenatore, avrei avuto più difficoltà ad arrivare. Posso dire di essere stato bravo e fortunato, allo stesso tempo”.

Lei in carriera ha diretto anche diverse finali scudetto, quanto è difficile, e responsabilizzante, dirigere partite del genere?
Nella mia carriera, ho arbitrato 7 finali scudetto e 14 semifinali. Le finali sono partite come tutte le altre, ma il clima che si respira, la posta in palio e l’attenzione di tutto il movimento, rendono questi incontri partite speciali alle quali si arriva, anche da arbitri, con una carica pazzesca e con la voglia di far il meglio possibile, sia per sé stessi, che per ripagare la fiducia di chi ci ha selezionato per dirigerle”.

Come ci si prepara, fisicamente e psicologicamente, a partite del genere?
Dal punto di vista fisico, almeno per quanto mi riguarda, preparo tutta la stagione nello stesso modo. Dal punto di vista psicologico si cerca di studiare cosa è successo durante la stagione negli incontri tra le squadre coinvolte e, soprattutto, cosa è successo nelle partite precedenti della serie”.

Lei vanta anche una carriera di spicco anche a livello internazionale, che approccio c’è nei confronti del basket negli altri paesi?
Andando all’estero, la cosa che mi ha colpito è che anche in paesi in cui si penserebbe ci sia meno interesse per il basket, gli impianti sono sempre affollati di pubblico. Ma l’aspetto che più mi ha colpito positivamente è il post partita; in molti paesi (Belgio, Francia, Germania, per esempio), dopo la partita, negli impianti si cena tra tifosi, giocatori e dirigenti, senza che ci sia mai stato, per quello che mi riguarda, nessun problema, anzi, potrei anche citare alcuni episodi simpatici nonostante la sconfitta della squadra di casa”.

Una curiosità, qual è l’ambiente più caldo nel quale ha arbitrato nella sua carriera, in Italia e all’estero?
Grecia e Turchia sono i paesi in cui ho trovato, nelle gare che ho diretto, gli ambienti sicuramente più caldi”.

Nella sua lunga carriera, ha vissuto i cambiamenti, a livello di seguito, ma anche di modo di giocare, di questo sport
Dal punto di vista del seguito, nella mia carriera, ricordo sempre palasport abbastanza pieni, specie nelle piazze storiche. Per quanto riguarda il gioco, i cambiamenti sono stati sicuramente maggiori; adesso è più veloce e c’è sempre un maggiore e crescente atletismo in tutti i giocatori”.

Lei è cresciuto come arbitro, pur essendo calabrese di nascita, a Pisa, quanto sono stati importanti due arbitri del calibro di Vitolo e Duranti, entrambi nativi di questa città?
A parte i primi passi e le prime partite in serie D, la mia carriera si è sviluppata interamente a Pisa, dove mi sono trasferito per motivi di studio e dove poi sono rimasto. Bruno e Giancarlo sono stati due mostri sacri del mondo arbitrale, da loro ho cercato di cogliere tutti gli insegnamenti necessari per poter essere arbitro di un certo livello, prima ancora che in campo, fuori dal campo. Ricordo le riunioni mensili che facevamo, durante le quali, oltre agli aggiornamenti tecnici, non aspettavo altro che di andare a mangiare una pizza con loro per ascoltare i loro aneddoti e consigli. Frequentavo spesso la sede della federazione anche per incontrarli e sono andato spesso a vedere partite assieme a loro”.

Adesso, oltre che ad arbitrare, è anche istruttore di giovani arbitri. Come si pone e cosa si prefigge di trasmettere ai neo-fischietti?
Oltre a mettermi a disposizione dei ragazzi, cerco di trasferire la mia passione e la professionalità necessaria per affrontare qualsiasi gara di qualunque campionato. Quando vado ad arbitrare con alcuni di loro nelle gare giovanili, cerco di trasmettere la necessità della adeguata preparazione della gara. Cerco di far capire loro che l’importanza delle scelte tecniche e dei movimenti in campo deve andare di pari passo con il giusto modo di relazionarsi con giocatori, tecnici e dirigenti”.

Nelle serie inferiori ci sono due arbitri, in Serie A tre, che differenza c’è, di metodo e modo di arbitrare?
Sicuramente essere in tre consente una maggiore e migliore copertura del campo e del gioco. I movimenti e le zone di primaria competenza sono diversi, proprio per la presenza di un arbitro in più. C’è così la possibilità, tra le altre, di poter valutare meglio il gioco senza palla”.

Tecnicamente, negli ultimi anni, nel basket europeo ed ancor più nella mitica NBA, difficilmente viene fischiata una infrazione di passi, perché?
In NBA c’è sempre stata una tolleranza maggiore. In Europa la situazione è sicuramente cambiata moltissimo con l’introduzione della nuova regola del “passo zero”, in virtù della quale un giocatore che riceve in movimento ha la possibilità di effettuare un passo in più. Questo cambiamento ha portato un numero minori di violazioni e, di conseguenza, di fischi”.

Cosa direbbe ad un giovane che si approccia alla carriera arbitrale?
Dico sempre che “arbitrare è un modo diverso di fare sport”. È una scuola di vita che ti porta ad essere rispettosi verso gli impegni presi e verso tutti. È importante metterci sempre il massimo impegno ed altrettanta passione. Non tutti, purtroppo, avranno la fortuna e la bravura di poter arrivare in serie A. Eppure, bisogna sempre avere ambizione e caparbietà per poter arrivare il più in alto possibile, senza farsi abbattere dai momenti di difficoltà, lavorando sugli errori commessi, cercando di capirne le motivazioni e facendo in modo di non commetterli nelle partite successive”.

L’ultima esula dal basket, so che lei è grande tifoso del Catanzaro, da cosa deriva questa passione e quanto grande è la gioia per la promozione in B?
Ho avuto la fortuna di godermi, da bambino, il Catanzaro in Serie A negli anni di Palanca, che è stato la nostra bandiera e il nostro giocatore simbolo. Nonostante poi le delusioni e le retrocessioni, questa passione non mi è mai venuta meno e, anzi, il vivere lontano dalla mia città natale ha contribuito ad amplificarla. Seguo sempre il Catanzaro, quando possibile anche dal vivo, sia in trasferta che addirittura scendendo in Calabria. La vittoria del campionato e la promozione di questa stagione resteranno indelebili per il modo in cui sono arrivate e per i record stabiliti”.

Photocredits: Photocredits: Francesco Iasenza

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